una mamma non si divide, si moltiplica

Ho avuto paura di non ricordarmi più come si tiene in braccio un neonato. Ho avuto paura di non riuscire a dedicargli il tempo che avevo dedicato a Cecilia. Ho avuto paura che lei ne fosse gelosa. Ho avuto paura che non avrei avuto la forza fisica e mentale per ricominciare da capo ciò che avevo appena finito di fare. Avevo paura che non sarei riuscita a dividermi.

Cazzate. Nel momento stesso in cui mi hanno appoggiato Cesare sulla spalla destra in sala operatoria ed ho sentito le sue labbra calde sulla mia guancia ho capito che ce l’avrei fatta. E lo volevo abbracciare subito, ma non potevo perchè avevo le braccia impegnate da canule varie. Ho aspettato quei momenti interminabili in cui ricucivano la mia pelle e preparavano lui, come chi aspetta un bagno occupato saltellando sul posto. E poi è stata magia.

Nella sua tutina con il leone e i nostri braccialetti uguali, l’ho appoggiato su di me. Finalmente. E mi sono goduta il momento sì, ma nel frattempo pensavo a Cecilia a casa con la nostra amica Maria. Pensavo “avrà mangiato?”, “starà per fare il pisolo?”.

Ho capito che una mamma non si divide, si moltiplica.

Cesare è nato di lunedì alle 11:55, ed il mercoledì mi mancava così tanto Cecilia che avrei firmato per uscire se non ci avessero comunque mandati a casa. Nel primo pomeriggio Filippo è venuto a prenderci, e quando siamo arrivati davanti a casa Cecilia era impegnata con Maria a giocare in giardino. Mi ero preparata cento volte mentalmente alla situazione. L’arrivo a casa con un fratello minuscolo che assorbe buona parte delle attenzioni della mamma non deve essere facile da digerire. Pensavo “faccio così”, “dico così”. Cazzate. Ho aperto la portiera, e impedita ad abbassarmi verso di lei per i punti che tiravano, mi sono messa a piangere e caduta in ginocchio per abbracciarla singhiozzando, si è messa a piangere anche lei, credo mi abbia odiata e amata nello stesso momento. Ho il filmato di quei primi momenti, ma non ho ancora avuto la forza di vederlo. E lei piangeva, e io piangevo.

I primi giorni insieme sono stati impegnativi, guardava suo fratello e faceva “no no” con la testa e con la mano. La notte si svegliava ad ogni suo piccolo lamento. Con me non voleva stare. Se mi vedeva allattare iniziava a piangere inconsolabile. Poi qualcosa è ambiato. Credo si sia abituata a lui, in una fase intermedia, al pari di un gatto nuovo in casa. Lui nella sua culla, lei impegnata con i suoi giochi. Allerta solo quando frignava. E Cesare rispetto a lei neonata, è un santo. Non piange mai, dorme la notte, niente coliche o rigurgito, niente camminate infinite per la digestione. Questa fase intermedia è durata dieci giorni. Poi è passata alla curiosità. Deve avere capito che questo non se ne sarebbe andato. Ha iniziato a studiarlo più da vicino, a toccargli il piedino, a non svegliarsi più ad ogni lamento di lui.

Ora lo indica quando gli chiediamo dov’è suo fratello, cerca di mettergli il ciuccio settecento volte al giorno, e settecento volte cerca di dargli i bacini o il biberon mentre dice “gnam gnam”. A modo suo lo accudisce. Chissà se le femmine questo senso dell’accudire lo hanno fin dalla nascita, inizio a pensare di sì.

Nel frattempo però anche lei cresce, impara cose nuove, parole nuove, azioni per imitazione o intraprendenza. E’ da una paio di settimane che finalmente abbiamo capito cosa cercava di dirci con una parola che a noi sembrava “gnam” e quindi le chiedevamo se avesse fame. Lei invece stava dicendo GIAMP ovvero jump. Voleva saltare con la canzone di Van Halen!

Nell’elenco delle parole che dice ed usa consapevolmente oltre a mamma, papà, giù, ciao, gnam, nonna, sì, no, brava, bon abbiamo aggiunto GIAMP!

Se questa pandemia mi ha fatto un torto, è quello di non avermi lasciata far interagire mia figlia quanto avrei voluto, con altri bimbi. Ne ha visti e frequentati davvero pochi. Leggevo proprio in questi giorni che però la vera socializzazione utile, avviene più avanti rispetto ai suoi 16 mesi, che forse non si è persa pezzi così importanti di questo universo delle relazioni umane. Spero sia così davvero. Con gli adulti non ha mai avuto problemi, certo ha i suoi tempi per approcciarsi, ma anche solo passeggiando fa ciao ciao con la manina a tutti. E ora che sa anche dire “Ciao” è la sua gioia!

In questi giorni di caldo più o meno torrido, al pomeriggio andiamo in piscina. Ho visto in lei un cambiamento incredibile. Il primo giorno è restata incollata in braccio e non voleva nemmeno scendere in acqua seppure fosse alta pochi centimetri. Con lo sguardo truce osservava e restava muta. Oggi andava distribuendo patatine ai suoi nuovi amici grandi e piccoli. Ed è passata poco più di una settimana. Piano piano ha preso confidenza con l’ambiente. Noi cerchiamo di prendere le sdraio sempre nello stesso punto, di modo che abbia un minimo di riferimento. E lei va. Osserva, studia e agisce. Guarda cosa fanno gli altri, ad esempio lo scivolo al contrario ovvero arrivando in cima dalla parte dello scivolo e non delle scale. Ci studia un po’ e poi prova a farlo, e se non riesce ritenta finche non riesce. Filippo ed io la guardiamo rimanerci male a volte, e noi con lei, anzi forse noi molto più di lei. Se per esempio va da un bimbo più grande e offre ciò che ha, ovvero una patatina o una pigna o una foglia e l’altro bimbo non accetta il dono, diventa scura in viso e resta con la manina sospesa a mezz’aria. Poi ci guarda e mesta torna alle sue attività. Incassa la delusione.
Onestamente non so bene come comportarmi in questi casi, che la delusione faccia parte della vita ci sta, ma ci sta anche che mamma e papà siano lì a dire “dai portala a me la foglia” oppure “non la mangia la patatina amore, mangiala tu” per non farla sentire troppo amareggiata.

E in tutto ciò, mentre loro crescono e scoprono il mondo, io trovo risorse che non sapevo di avere. Il mio corpo, al quale ho avuto poco tempo di badare, è tornato al peso iniziale, la cicatrice dopo questi due mesi è totalmente guarita. Ho ripreso a portare Cecilia in fascia, e caricare questi undici chili di ricci e occhi azzurri non mi pesa quasi per niente. La alterno a Cesare che anche lui a chili è messo bene, perchè rasenta i sette. Dormire, beh quello mi manca. Dal settimo mese di gravidanza di Cecilia non ho più dormito una notte intera, e di tempo ne è trascorso da allora. Forse tra un anno sarò qui a scrivere di come sarò finalmente tornata a dormire, ma per ora non se ne parla, soprattutto quando Filippo fa la notte a lavoro. Ogni ora e mezza circa uno reclama latte e almeno due/tre volte a notte l’altra reclama tisana. A volte arrivo al mattino più stanca di quanto fossi la sera. Riesco a ricaricare un po’ le energie facendo dormire Cesare dopo pranzo, lo metto nel letto dove finalmente si spaparanza comodo ed in penombra e nove volte su dieci mi addormento anche io.

Perchè il consiglio più divertente che mi sia arrivato da quando sono mamma è “dormi quando dormono loro”. Eh certo. Poi però loro preparano il pranzo o la cena con me, fanno le lavatrici o asciugatrici con me, passano il pavimento o rifanno i letti con me. Certo. No! Quando loro dormono occorre fare tutte le cose per le quali due mani sono indispensabili, e avere una sedicimesenne in mezzo ai piedi mentre cerchi di svuotare la lavastoviglie o piegare i panni o passare la scopa rende tutto acrobatico. Riesce con precisione da cecchino a prendere esattamente sempre le cose che non dovrebbe, tipo i coltelli dalla lavastoviglie. Ma dico, non sei attratta dalle scodelle colorate per esempio? Non ti interessano questi coperchi che fanno un gran fracasso? No. Parte da lontano e zac, afferra il coltello. Questo rende impossibile fare certi lavori con lei tra i piedi. A volte me la porto in cabina armadio mentre devo sistemare qualcosa. E in cabina armadio il suo sport preferito è lo svuotamento del cassetto. Arriva molto bene a quello dei calzini e boxer di papà. E allora occorre fare delle scelte basate sul tempo perdibile. Mi domando “ci metterò meno di un minuto a rimettere tutto dentro?” Se la risposta è sì e ciò che sto facendo è necessario per il funzionamento della casa/famiglia allora le lascio tirare tutto fuori, poi quando ho finito le mie faccende con una mano acchiappo lei, con l’altra rimetto tutto nel cassetto e poi propongo un “Dai, andiamo da papà a vedere cosa fa, così ballate GIAMP!” e tutta felice se ne va a saltellare mentre io stramazzo da qualche parte, in qualche angolo nascosto della casa prima del suo prossimo uragano.

Uragani sono i figli. Li aspetti, ti domandi quanto manca, poi arrivano e ti lasciano a bocca aperta, fanno un gran baccano, poi si girano verso una nuova destinazione, tipo verso il papà. E ti lasciano spettinata, con un gran casino e a volte dei cocci. Tiri un sospiro di sollievo e pensi “ora tocca a lui”.

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