Tempo sospeso

E’ in questo tempo sospeso che Cecilia è venuta al mondo.
Ed io son nata madre mentre lei alle 11:03 nasceva bimba. Il mondo è cambiato mentre cambiavano ed iniziavano le nostre nuove vite. Intorno a noi il surreale paesaggio ovattato simile a quello che ci si trova davanti aprendo le finestre dopo una notte di neve intensa. Il reparto di ostetricia di solito ricco di vocine urlanti, di nonni in estasi, di papà a metà tra la crisi di pianto e quella di gioia, era stranamente silenzioso. Erano mesi che mi preparavo mentalmente a quel momento, il momento in cui in camera arriva qualcuno a dirti “Andiamo?” e ti accompagna in sala. Perchè nove mesi son lunghi, son fatti di sogni, di paure, di progetti, di immaginazione. Ma è in quella parola che capisci che dopo pochi minuti nulla sarà più come prima.

Leggo di neomamme che in questi giorni di Covid19 hanno partorito sole, senza stringere la mano del compagno, senza poterlo guardare negli occhi e trovarci dentro il sorriso lacrimoso di gioia di chi cerca di dare la forza ma allo stesso tempo di trovarla. E’ una cascata di emozioni, di sensazioni, sono botte di ormoni, è uno stato di stordimento in cui ci si domanda per prima cosa come sta quella piccola creatura, e subito dopo si cerca di capire come ci si sente.

E noi siamo state fortunate. Forse questa assurda situazione ha reso questo momento ancora più forte, magico, privato, ha cementato ancora di più le fondamenta di questa nostra nuova famiglia.

Quando è arrivato il momento di “Andiamo?” in camera con me c’era Filippo, pronto ad assistermi durante tutto il cesareo, come papà ma sopratutto come anestesista. Ed io gli sarò sempre grata per avermi resa serena, per avermi fatta sentire al sicuro.
Per chi non è mai entrato in una sala operatoria da sveglio e vi entra per la prima volta, beh un po’ di ansia la mette. Di tutto il personale si vedono solo gli occhi, e dietro quei camici, sotto quelle cuffie, non riconosci nessuno, schermate dalle mascherine senti delle voci che parlano tra di loro e a te sale l’ansia, cerchi di capire cosa si stiano dicendo, cosa sta succedendo. Capisci che si rivolgono a te solo quando incroci il loro sguardo. Ed io mi sono sentita nuda (e la ero) sia fisicamente che emotivamente. Affidi a perfetti sconosciuti il tuo corpo e quello dentro di te.
Qualcuno armeggia con una canula cercando una vena, qualcuno inizia a disinfettarti la pelle, ecco io mi son sentita una bambola di pezza inerme. Oltre a Filippo in sala conoscevo Barbara, che mi è stata vicina, mi ha fatta girare su un fianco quando è stato il momento della spinale, sentivo le sue mani calde contro la mie pelle ghiacciata, dal freddo e dalla tensione. Avere una voce amica vicino è stato confortante. Dal momento dell’anestesia ho perso la cognizione del tempo, è stato lo start, e poi mi è sembrato succedesse tutto lentamente e allo stesso tempo in fretta, dietro quel telino verde stava per venire al mondo nostra figlia e io mi sentivo confusa. L’unico appiglio alla realtà era la mano di Filippo sulla mia testa e la sua voce che indicava a qualcuno cosa iniettarmi in vena, e mi girava la testa. Poi ho sentito piangere, “Che ore sono?”, “Le 11:03”, e io non avevo nemmeno la forza di piangere di gioia. Sulla spalla destra hanno appoggiato una bambina, la mia. E ho riso e tremato. E qualcuno ci ha fatto una foto, e rido e le do un bacio in fronte. Sento il suo odore, il profumo più buono del mondo.

E quel profumo è solo nostro. Nessuno è potuto venire a trovarci in ospedale nè a casa. Siamo isolati da tutto e da tutti, viviamo ogni momento con intensità privata. E da una parte questo mi aiuta nel rimettermi in piedi, ad imparare a capire i suoi pianti, nell’assecondare il mio corpo dandogli il tempo di riprendersi senza dover preparare il caffè a qualcuno che sbuca all’improvviso. Ho amiche che hanno finito per litigare con parenti e amici invadenti che ad ogni costo volevano sbaciucchiare e prendere in braccio la piccola creatura, che infilavano le mani nella culla per toccare quella pelle calda e morbida. E alle neo mamme sale il crimine. Se volete essere utili a una neo mamma, preparate una cena che possa scaldare, portatele un po’ di spesa, una confezione di pannolini, ma non infilate la testa nella culla per baciare il viso. Perchè poi una seconda volta non vi inviteranno più!

Il metro di stranezza di questa situazione è data, per me, dalle videochiamate, dalle chat con notifiche continue. Sembra assurdo come certi rapporti si siano stretti ancora di più nonostante o grazie la forzata lontananza. Forse in una situazione di normalità non avremmo mandato le foto del primo bagnetto, gli involontari sorrisi di Cecilia, istantanee di quei momenti che non torneranno e che solo noi viviamo. Saranno nostri per sempre.

Mi interrogo a volte su cosa racconteremo a questi occhi vivaci e curiosi. Certo, al momento le uniche cose di cui le importa sono avere un pannolino pulito, il latte ogni 3 ore e potersi addormentare più volte possibile addosso a me. E noi non sappiamo più se è giorno o notte, se è sabato o mercoledì, se abbiamo pranzato o cenato. Crolliamo di sonno anche noi nei suoi sonni a volte irrequieti, a volte profondi. Appoggiamo un momento la testa e ricarichiamo le batterie a metà mattina, a ora di cena. L’unica regola che abbiamo è che quando qualcuno dorme lo si lascia dormire. E in questa settimana e un pezzetto di vita a tre, ho capito ancora di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto Filippo sia fondamentale per noi. Si occupa di tante cose; i primi giorni ogni tanto arrivava da me con una pastiglia o un’iniezione, perchè anche se abbiamo sul frigo un elenco di farmaci e orari io mi dimentico. Con calma e pazienza si occupa della medicazione e dei punti. E come un automa scatta in piedi la notte alla volta della cucina quando Cecilia reclama la pappa. Padroneggia oramai l’arte del cambio pannolino come se non avesse fatto altro per tutta la vita, lui che era avvolto dai dubbi. Lui che si sentiva pronto e sicuro solo sul momento del parto e tutto il resto lo lasciava incerto. Io che avevo concentrato tutte le mie paure solo sul momento del parto e sul resto mi sentivo serena. Ed ora siamo insieme in questa avventura che ci rende mamma e papà. E alla sera quando riusciamo a sederci a tavola giochiamo a darci un voto “Oggi ci siamo meritati un 9!” e per ora non ci siamo ancora dati insufficienze, forse arriveranno un giorno, ma per ora siamo ci sentiamo promossissimi!

E così bambina mia, a volte ancora, quando crolli di sonno su di me, mi sembra impossibile che fossi tu a darmi tutti quei calcetti, a puntare la testa ogni volta che provavo a mettermi su un fianco, allora come adesso mi obblighi a dormire a pancia in su con te addosso e niente è più bello di questo. Crescerai, farai i capricci, correrai per casa, litigheremo, faremo pace, e saprai che in tutto quello che faremo ci sarà l’Amore incondizionato. Papà mi prende in giro già adesso quando torno dalle commissioni con “una cosa per la Ceci”, dice che se esistesse una qualsiasi cosa con l’etichetta PER LA CECILIA venderei la casa per comprartela. E forse è così.
E ora che sei nella culla, in uno dei tuoi sonni beati, devo resistere alla tentazione di venire a disturbarti per riempirti il collo, la pancia e i piedini di baci. Devo aspettare ancora un’oretta prima che tu spiagnucoli un po’ e io possa venire a sbaciucchiarti e stringerti a me.
Ho aspettato nove mesi, che saranno mai sessanta minuti… Mento, vengo ora, con la scusa di sentire se hai freddo, così ti posso baciare la fronte e una manina e annusare un po’ la tua pelle che sa di latte e nanna, così come tu annusi la mia che sa di te e mamma.

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