Vorrei “Parco della Vittoria”

Non sono gli errori a fare di noi persone peggiori, è il non imparare da essi.

In questi mesi mi sono trovata a fare un po’ di chiarezza nella mia vita, a sistemare ciò che mi riempiva l’agenda ma non mi lasciava quel pizzico di positivo o costruttivo che cerco in un impegno. Qualsiasi esso sia.

Ci sono stati diversi cambiamenti, ho messo in stand by alcune attività, alcune persone, alcune passioni.

Ho voluto svuotare per capire dove rimettere le cose, ho guardato il vuoto vedendolo non come spazio da riempire ma come non pieno.

 Ad un certo punto, nel caos che dovevo ancora sistemare aggiungevo altro caos, pensando di poterlo gestire, di saper organizzare non solo il tempo, ma anche i pensieri. L’assurdo è che cercavo di scegliere anche i tempi in cui potevo permettermi di farmi avvolgere dai pensieri. Per i ricordi il momento della giornata era appena buttata a letto, qual momento in cui mi lancio ad asso di bastoni e ancora non mi sono infilata sotto il piumone. Perché una volta sotto il piumone, avvolta da quella coccola, quello era il tempo dedicato al riassunto della giornata al mio personale “dimmi una cosa positiva ed una negativa successe oggi”. Perché per ogni cosa negativa, sicuramente qualcosa di positivo è da registrare nella scheda della giornata. A volte era un caffè con un’amica, a volte un contratto con un cliente, a volte un esercizio riuscito con Stella.

Quando mi sono tolta dallo zaino alcuni pesi che portavo, mi è sembrato quasi naturale mettercene di nuovi, senza capire di dover invece defaticare la schiena, lasciarle un po’ di sollievo prima di affaticarla nuovamente.

Eppure a volte le situazioni di cascano addosso senza preavviso, perdere una collega, acquisirne una nuova, conoscere una persona che ci sembra interessante, una bolletta troppo salata, un’influenza.

Le carte degli imprevisti non finiscono mai, ogni mattina insieme al caffè ne trovo una. A volte vorrei fermarmi al via per un giro a riprendere fiato. Non sempre, con l’alba, sono pronta a lanciare i dadi. Eppure è così che ho imparato a vivere, a sopravvivere.  

Ci sono però cose a cui non voglio rinunciare, ad aspetti di me che mi rendono me stessa, uno di questi è appunto farmi coinvolgere a pieno. Vivo ogni cosa con lo stesso gusto con cui si mangia una rosetta calda con la mortadella alle 10 del mattino.

Pertanto senza accorgermene sono passata da prendere un aperitivo con una persona ad avere una relazione. Ho capito che non vivevo questa relazione in maniera positiva, senza colpe di nessuno, non ho trovato gli incastri che cerco. Ma per arrivare a questo ho voluto vivere appieno la persona. Senza pregiudizi, senza remore, senza portare con me troppe seghe mentali.

Ma è esattamente questo l’errore che io voglio rifare, non ho voglia di studiare le persone per mesi, per piccole dosi, per prove tecniche, per test. Voglio vedere cosa sei, ti mostro cosa sono. Bene? Male? Viviamolo.

Ciò che mi rende felice, se mai si può essere felice nella chiusura di una relazione è che so che tutti i muri che mi costruisco, li posso abbattere. Che sono ancora in grado di ragionare per due. Che so ancora entrare in empatia. Che so accettare di smussare il mio carattere. Che volendo, e bisogna volerlo, so rinunciare ai miei tempi e spazi in funzione di un noi. E questo per me è già una cosa grande.

Ci sono errori che mi piace fare, ci sono sensazioni che non voglio smettere di provare, ci sono rischi che voglio continuare a correre, ci sono cazzate che a ripensarle mi fanno sorridere ed io non voglio smettere di sorridere.

 

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