Bottoni per gli occhi e filo rosso per il sorriso.

“Tu sei questa, resta te stessa.”

Quante volte ci è capitato di sentirci dire questa frase? A me poche.

Spesso ho incontrato nella vita persone che seppur apprezzassero le mie caratteristiche piacevoli, cercavano comunque di cambiare altri aspetti di me. Così d’altra parte ho fatto io.

A dover descrivere me stessa non saprei dire che tipo sono io, so dire come vorrei essere e su cosa stia lavorando.

So cosa sono stata e cosa non vorrei più essere.

So in che persone mi sono imbattuta e in chi non vorrei più imbattermi.

In questi giorni di silenzio sorrido, sorrido molto. Sto apprezzando sempre di più le persone che ho scelto di mantenere vicine a me. Sto iniziando ad apprezzare i miei tempi, i miei spazi ed anche pigiamare un giorno intero.

Ieri sera ero in autostrada, concentrata sulla linea di mezzeria in mezzo alla nebbia, radio spenta e un sorriso sereno. E’ così che mi sento ora, serena. Non di quella gioia sguaiata che ti fa sentire euforica nel picco di idiozia e poi triste nel picco di solitudine. Serena.

Qualche mese fa, quando la mia vita è improvvisamente cambiata e repentinamente mi sono dovuta adattare ad una situazione completamente nuova, ho ripreso in mano la vita da single e ho avuto di nuovo qualche primo appuntamento. Mi sentivo strana, non appartenevo più a nessuno e nessuno apparteneva più a me. Non mi dovevo più occupare di nessuno e nessuno si prendeva cura di me. Nessun buongiorno, nessun bacio della buona notte, nessun progetto. Il vuoto. Ho annaspato non sapendo più essere una persona completamente libera.

Ho iniziato ad aggiungere alla mia settimana impegni su impegni, cene, aperitivi, conferenze. Tutto ciò che potesse non farmi sentire più persa di quanto mi sentissi. Certamente essermi appoggiata a casa dei miei genitori, mi ha stimolata ancora di più ad usare casa solamente per una doccia, un cambio e qualche ora di sonno.

Le persone che ho conosciuto in questi mesi mi sono state utili, primo per capire cosa non voglio, e secondo per agevolare lo scorrere del tempo senza sentirmici incastrata dentro in attesa di un ticchettio al minuto successivo.

Poi mi sono trasferita in casa nuova, e di nuovo tutto è cambiato. Forse non i primi giorni, quelli li ho vissuti a riconoscere un nuovo ambiente, ad abituarmi a nuovi spazi, a nuovi suoni, a cercare di sistemarmi al meglio, a capire dove avrei potuto mettere lo spazzolino, due mensole, il colore delle tende. Ho vuotato scatole, ho ripreso in mano vecchie ferite, qualche sorriso, cassetti di sogni e nuove prospettive.

Le ferie natalizie sono volate, ho riposato solo un giorno, il 26 Dicembre. Per il resto dei giorni, sono stata impegnata in rumorose, chiassose, lacrimose risate. La mia amica Chiara, ha praticamente vissuto da me. Mi ha ricaricata consolidando un legame che poche persone riescono ad avere in una vita intera.

C’è stata una persona con cui avevo in previsione di vederci per un aperitivo, per un fuori porta, qualche mese fa. Ed io invece ho clamorosamente paccato ogni uscita, arrivavo fino a poco prima e poi disdicevo.

L’ho finalmente incontrato passato qualche mese, e la domanda del perché tutti quei pacchi, me l’ha fatta. Lì per lì con estrema onestà non mi sono ricordata il perché, non me lo ricordo nemmeno ora.

Ma mi sono tornate in mente le parole di una amica, che facendo riferimento ai mesi estivi mi aveva fatta riflettere su quanto a volte le amiche vedano le tue condizioni meglio di quanto tu stessa creda di saperti analizzare. “Ma tu non eri pronta per una persona di questo tipo, tu dovevi toccare il fondo, e poi risalire. Dovevi sbollire, annegare nel prosecco, fare schifo, buttare fuori tutto. E solo dopo saresti stata in grado di apprezzare certe cose.”

Ieri notte pensavo a queste parole, e le ho capite solo ora. Al momento mi avevano scossa, perché io invece mi sentivo in una condizione ottimale, mi sentivo febbricitante nel rivivere tutto ciò che per anni avevo scelto di accantonare. Ed invece quello che mi dava la forza, o meglio l’energia era la rabbia. E quando la rabbia passa, cosa ci tiene energici? Cosa ci dà la forza per affacciarci al mondo spogliati delle sicurezze maturate negli anni e poi improvvisamente perdute? Siamo inermi, come piccoli lombrichi, ciechi e che procedono a tentoni con quell’incedere così buffo.

Ecco, son stata lombrica cieca e spaventata. E naturalmente, quando ci si sente spaventati e vulnerabili e non si ha più alcuna sicurezza in se stessi si finisce per essere proprio nella condizione da cui si cerca di scappare. Ci facciamo inculare. Eh, non ci son modi più eleganti per dirlo. “Sei tu? Sei tu che mi darai sicurezza?” con gli occhi grandi verso la prima persona solida che passa sull’uscio. Ed invece siamo noi stessi la nostra forza, non si può cercare sicurezza negli altri. Ci si aspetta a volte che gli altri possano rimettere insieme i nostri pezzi, o forse in certi momenti di rimettere insieme i pezzi non ci frega nulla, li guardiamo come un puzzle disteso sul tavolo. Quanti ne ho fatti da bambina, più grandi erano e più mi piacevano, quel senso di confusione che piano piano prendeva forma, e si parte sempre da un angolino. E ci si lavora, ogni sera un pezzetto si completa. Così con noi stessi, ad un certo punto quei pezzi di noi abbandonati a terra, li prendiamo in mano e capiamo dove vanno.

Ed allora ricomposti delle nostre sicurezze non ci importa più che qualcun altro sappia che siamo stati a pezzi, e che ci siamo rimessi insieme. Anzi, forse siamo diventati ancora più solidi. Ed è così che smettiamo di cercare conferme negli altri, e così che smettiamo di cercare di cambiare gli altri, perché forse anche loro si sono rimessi insieme a fatica. E se quell’insieme ci piace così com’è, non lo vorremmo cambiare.

E allora sorrido, perché sentirsi dire “Tu sei questa, resta te stessa” È un gran complimento per il taglia, cuci, rattoppa, aggiungi, fatto nel tempo.

Un commento

  1. Nicholas Tosi

    Difficile non essere d’accordo con queste parole e mi raccomando “tu dei questa, resta te stessa”

Commenti chiusi