Caldarroste e portici

E poi arriva l’autunno. Quello vero, quello che al mattino ti stringi stretta in un maglione e nel pomeriggio vorresti mollare tutto e sederti su una panchina soleggiata al parco con un libro in mano.
Quello che alle 18, se sei in auto, sei accecato dal sole a mezza altezza. Le foglie rossastre sembra colorino le loro gote intimidite dai primi freddi, io credo che anche loro vorrebbero ancora un po’ di estate, di cieli stellati in cui perdersi.
Le prime caldarroste che adesso dici “Brucia! Brucia! Brucia!” E a fine Novembre dirai “Che bello il calduccio del sacchetto tra le mani”. Le prime mele scarlatte sui banchi della frutta, le zucche di quel bell’arancio corposo. Un’esplosione di colori e sensazioni.

Mi piace quando in questa stagione gli uomini si vestono ancora con la camicia e il maglioncino di cotone o una giacca leggera portata aperta e le donne si stringono a loro la sera sotto i portici. Ogni tanto qualcuno di loro poggia la giacca sulle spalle di lei che “dai che si vede che hai freddo”. E le vedi gongolare avvolte in una giacca di molte taglie in più che profuma di lui. Ed io mi sento in colpa ad aver colto sorrisi di intesa, rubato sensazioni che non provo da molto tempo. Come se il mio sorriso ne rubasse un po’ del loro.
Eppure a volte mi sento come se avessi fatto un cerchio con il gessetto bianco intorno a me per non fare avvicinare nessuno, o, meglio ancora forse, la paura mi fa reagire accantonando a priori il pensiero di una possibile felicità. È come se avessi voglia di essere felice, spensierata, serena ma avessi altrettanta paura, di perdere tutto nuovamente. Al punto di non saper, con la punta della scarpa cancellare quella riga per terra. Forse, se le ginocchia tremano, basterebbe una mano che tiene la mia e mi dice “non cadrai, ci sono io, ci penso io a te.”

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